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Elio Germano è Ligabue in “Volevo nascondermi” – Vogue

Deforme, rachitico e reietto: nei panni del pittore Antonio Ligabue, Elio Germano è praticamente irriconoscibile. Succede nel biopic di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, in concorso alla 70° edizione della Berlinale (che termina il 1° marzo) e nelle sale italiane dal 27 febbraio. Il 39enne romano racconta di essersi sottoposto quotidianamente a sessioni di 3-4 ore di trucco sul set per raggiungere questa straordinaria somiglianza fisica, una condizione senza la quale – dice – sarebbe stato impossibile calarsi nella vita tormentata dell’artista. Abbandonato alla nascita dalla stessa madre, emigrante italiana in Svizzera, è stato rispedito in Italia. Dopo il manicomio, si è stabilito sulle sponde del Po dove ha dipinto mondi fantastici in cui amava rifugiarsi per esprimersi ed essere finalmente accettato. Una sfida, insomma, di quelle che raramente capitano nel corso della carriera. Il tempismo per l’attore sembra bizzarro perché al Festival di Berlino si trova a sfidare se stesso con un altro film in concorso, Favolacce. A deciderlo ci pensa Jeremy Irons, presidente della giuria che vanta anche un altro talento italiano, Luca Marinelli.

Elio Germano nei panni di Ligabue

© chico de luigi

Il primo passo verso Ligabue passa da una trasformazione incredibile e faticosa. Com’è andata?
Senza tutto quel lavoro di prostetica non so se avrei accettato. Questo dipartimento oggi offre grandi possibilità e resta un’eccellenza nel nostro Paese, seppur in un ruolo ancora di sperimentazione. Trascorrere tanto tempo ogni giorno al make-up richiede sacrificio ma senza non sarebbe stato possibile per me farlo. Mi serviva una struttura per esprimere l’umanità, non il matto o il rachitico: non ho raccontato o recitato la sua deformità.

Ligabue ha vissuto una vita ai margini. Cosa si prova a viverla anche se solo per esigenze di copione?
Ho detto agli altri attori sul set: “Non sentite Ligabue come un protagonista, perché era considerato uno scarto persino da chi se lo prendeva in casa per i sussidi”. In pratica era l’ultima comparsa nella vita delle persone attorno a lui ed è quello che abbiamo messo in scena.

Un frame di “Volevo nascondermi”

© chico de luigi

Quanto è importante “la terra” in questa storia?
Il territorio, l’Emilia Romagna, è presente nei sui quadri, dalle piante sul fiume Po dove viveva alla vegetazione che a lui sembrava una giungla, in questa battaglia con i suoi animali esotici interiori, anche se non li aveva mai conosciuti. Il tutto era abbracciato dalle montagne svizzere della sua infanzia, in un triplice livello di appartenenza nei ricordi. È il suo modo di raccontare presente e passato e di mostrare se stesso in quelle tensioni.

Come si è preparato?
Attraverso le interviste a chi lo ha conosciuto davvero ho scoperto un’aneddotica straripante, con storie al limite del verosimile. Nella fascinazione verso Ligabue ci siamo sentiti tutti piccoli, abbiamo fatto un passo indietro, in questo mondo in cui evocava spiriti e folletti per sconfiggere i demoni.

Che parola userebbe per descriverlo?
Imprevedibilità: Volevo nascondermi non è un ritratto pietistico, vogliamo restituirgli una ricchezza che rende dignitosa la parte più fragile. Pensiamoci bene, i ricchi e potenti della sua epoca nessuno se li ricorda più.

Elio Germano in un’altra immagine tratta dal film

© chico de luigi